La Cina dice stop al trading di BitCoin

E c’era da aspettarselo. Da due giorni il più grande marketplace cinese Taobao, detenuto da Alibaba, ha sospeso il trading di bitcoin, ovvero la compravendita della moneta virtuale, nello specifico la conversione in valuta. E la decisione obbedisce ad un comunicato governativo di fine anno scorso, che a sua volta recepisce la richiesta della Banca Popolare Cinese di sospendere la speculazione in atto.

Ciò non significa che non si possano più acquistare beni o servizi in bitcoin, ma chi li ha non può convertirli in moneta sonante. La giustificazione ufficiale parla della necessità di prevenire lavaggi di denaro oltre che eccessive speculazioni, mentre Taobao dice di avere adottato questa politica anche alla luce del prossimo collocamento in Borsa del gigante Alibaba.

E analogamente anche BTC di Shanghai, il maggiore portale di trading di BitCoin (per volumi di scambio) non accetta più depositi in Yuan.

La nota ufficiale di Taobao parla di protezione del consumatore da speculazioni eccessive che si sono verificate negli ultimi mesi. Ed è per questo che, oltre a vietare il trading di bitcoin, ha anche sospeso la vendita di guide all’utilizzo, computer e software per fare mining (diventare un nodo della rete e contribuire alle transazioni dietro ricompensa in bitcoin) in linea con la volontà espressa di contrastare le attività speculative che hanno portato nelle ultime settimane ad una sopravvalutazione del bitcoin.

Notizia non di poco conto se si pensa che nel 2013 è stato stimato che il 21% del trading in valuta nella Repubblica Popolare Cinese è avvenuto tra Yuan e Bitcoin, mentre con l’Euro gli scambi sono stati appena il 6%.

Mentre è di sabato scorso la notizia di segno completamente opposto che Zynga, il popolare sviluppatore di giochi online e social di SanFrancisco, ha annunciato di accettare i pagamenti con la moneta virtuale.

Bitcoin, chi li ama e chi li odia.

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